"Vertical Road", la spiritualità nella danza di Akram Khan
Il Sufismo é conosciuto come la via del cuore, la via del puro, mistico cammino dell'Islam. Con qualunque nome lo si voglia chiamare, é il sentiero che conduce il ricercatore alla "Presenza Divina".
Dalla tradizione Sufi e dagli scritti del filosofo e poeta persiano Rumi, maestro spirituale, Akram Khan trae ispirazione per il suo ultimo lavoro collettivo "Vertical Road", una coreografia emozionante e suggestiva che ha vinto il premio della critica The Age per il miglior nuovo lavoro al Festival di Melbourne 2010.
Akram Khan è un giovane coreografo anglo bengalese, che con le sue intuizioni e la sua danza "teatrale", intima e spirituale, ha modificato il panorama della danza contemporanea internazionale.
La sua idea di danza multiculturale scaturita dalla fusione degli stili del contemporaneo occidentale con il kathak, danza laica del nord mongolico e musulmano, lo rende un autore unico la cui realtà, e illusione, guarda a Oriente come a Occidente.
La danza può indurre stati di grazia e di estasi, o portare a disvelamenti spirituali, ed è questo quello che più di tutto traspare da Vertical Road.
Akram ha riunito un gruppo composto da otto interpreti provenienti da tre diverse aree geografiche (Asia, Europa e Medio Oriente) e prende le mosse dal mito universali degli angeli, dal tema dell’ascensione. Motivo religioso comune, l’ascensione attraversa le religioni (Islam, Cristianesimo, Ebraismo, Induismo) e si lega strettamente al concetto di morte.
A far risaltare la bellezza dei movimenti fluidi e complessi dei ballerini, l'incalzante colonna sonora originale del compositore Nitin Sawhne. Vertical Road diventa una meditazione sul viaggio dalla gravità alla grazia attraverso l'esplorazione della natura terrestre dell'uomo, i rituali e le conseguenze delle azioni umane. La multietnicità portata in scena cancella i confini e crea unione e confluenza delle singole esperienze.
Ben studiate le luci, le calde sfumature dell' arancione e del giallo, eco di terre lontane, e le fredde note del bianco e del grigio.
Le luci stroboscopiche contribuiscono inoltre a creare suspance e tensione in alcuni momenti particolarmente significativi della coreografia.
Molto interessante e ricco di simbologia il gioco di luci e ombre in lontananza, attraverso l'utilizzo di un telo bianco, segno del passaggio tra mondi diversi, realtà e spirito, vita e morte.
Salah El Brogy, protagonista sulla scena, come una sorta di dio sceso in terra, partecipe o semplice osservatore, influenza i destini degli altri ballerini, ne condiziona i movimenti, li muove come burattini. Ma allo stesso tempo non è capace di gestire le conseguenze delle sue stesse azioni. Lo scorrere del tempo, la vita e le azioni degli uomini hanno l'effetto di un domino, non sono controllabili durante il loro corso. E il domino è realmente presente sulla scena e cade, pezzo dopo pezzo.
Al di là dei significati che si vogliono attribuire a quest'opera tanto complessa quanto affascinante, la danza di Khan, va contro tutto quello che è la società di oggi, veloce e "orizzontale":
“Sempre più spesso – scrive nelle note al lavoro Akram Khan - vengo trascinato a malincuore verso una forte corrente orizzontale, un luogo dove il tempo scorre a una velocità talmente alta che anche il nostro respiro è costretto ad accelerare per permettere a noi umani di sopravvivere. Ho sempre creduto che nella nostra lenta espirazione risieda il senso di questa profonda energia spirituale. In un mondo così veloce, con lo sviluppo della tecnologia e dei mezzi di informazione sono in qualche modo incline a muovermi contro questa corrente, alla ricerca di ciò che potrebbe significare essere collegato non solo spiritualmente ma anche verticalmente”.
Akram Khan
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